20 settembre 1870: la Breccia di Porta Pia e la fine di un'epoca

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La  Breccia di Porta Pia, di cui oggi ricorre il 146° anniversario, diede compimento all'unità d'Italia, già proclamata nel 1861 dopo le imprese garibaldine ma senza il territorio romano, appartenente ancora allo Stato Pontificio. Oltre a sancire quindi una data importante per il neonato Stato Italiano e per la città di Roma, che torna dopo secoli ad essere la capitale italiana, decreta anche la fine del potere temporale del papato, che era nato in una situazione di emergenza dovuta alle invasioni barbariche, a cui in Occidente solo il potere del vescovo di Roma aveva posto un argine, e che si trova ora a non avere più senso dal punto di vista politico, dopo che l'Europa ha visto la nascita degli Stati nazionali, la rivoluzione industriale e la conseguente nascita di nuove ideologie illuministe non più legate all'afflato religioso, anzi, decisamente anticlericali.





Fin da subito dopo la prima unità italiana sotto l'egida di Casa Savoia, il conte di Cavour e i suoi successori tentarono di intraprendere trattative diplomatiche con il papato, ispirandosi al concetto di "libera chiesa in libero stato". Erano i primi tentativi di sostenere la necessità di uno stato laico in cui la Chiesa fosse libera di esistere, con alcuni privilegi, ma senza che le due sfere interferissero l'una nell'ambito dell'altra.
Le trattative però si arenarono, non essendo Papa Pio IX e il suo legato cardinal Giovanni Antonelli disponibili a cedere; né ebbero maggiore successo i due tentativi di Giuseppe Garibaldi, che con poche truppe tentò due volte, nel 1862 e nel 1867, di marciare sulla Città Eterna. In entrambi i casi fu fermato, perché un attacco al papa avrebbe voluto dire uno scontro aperto con la Francia di Napoleone III, che si proclamava difensore del papato e che nel 1867 intervenne con proprie truppe infliggendo ai garibaldini la sconfitta di Mentana.
Da allora truppe francesi stazionarono nel Lazio a difesa di Roma da eventuali attacchi, nonostante una prima bozza di accordo con la Francia, la Convenzione di Settembre del 1864, prevedesse il ritiro delle truppe francesi e il non intervento dell'esercito italiano entro i confini dei possedimenti papali. L'Italia per ottemperare alle richieste francesi della Convenzione aveva nel frattempo spostato la capitale da Torino a Firenze (1865-1871), proprio per dimostrare la rinuncia a Roma come futura capitale. A Torino nel 1864 una rivolta contro questo spostamento fu repressa nel sangue.

L'appena nato Stato italiano era riuscito ad ottenere il Veneto partecipando, pur con nessun successo, alla guerra della Prussia contro l'Austria, nel 1866 (guerra austro-prussiana, da noi meglio nota come Terza Guerra di Indipendenza). Mancava davvero solo Roma all'appello.

L'occasione fu data dallo scoppiare della guerra franco-prussiana del 1870-71: Napoleone III si scontrò con la Prussia di Bismarck e ne riportò una cocente sconfitta, sancendo di fatto la nascita dell'impero tedesco e della futura Germania e, in Francia, il crollo del Secondo Impero post restaurazione e la nascita della Terza Repubblica.

In queste condizioni Napoleone III arrivò a chiedere aiuto all'Italia, ma i Savoia non raccolsero l'appello. Anzi, il 29 agosto il marchese Visconti Venosta scrisse alla monarchia che le condizioni sottese alla Convenzione di Settembre erano ormai da considerarsi completamente cambiate e ribadì le condizioni di tutela che lo stato italiano avrebbe concesso al papa e alla Chiesa. Il 4 settembre l'imperatore francese fu deposto. La Prussia e altri stati europei espressero la volontà di non intervenire nelle questioni interne italiane, che significava in pratica il via libera. La strada era aperta.

Il comando delle truppe italiane che dovevano prendere Roma fu affidato al famoso generale Raffaele Cadorna. Le istruzioni del governo erano precise: le truppe non dovevano assolutamente favorire insurrezioni popolari nei territori laziali, salvaguardare le frontiere pontificie da bande armate di banditi, e impedire ad eventuali moti nati nei territori papali di estendersi al di fuori. Già allora la paura più grande era che potessero esplodere movimenti radicali: ancora non esisteva il comunismo, ma garibaldini e mazziniani radicali non erano visti di buon occhio dalla classe dirigente aristocratico-borghese. Inoltre era proibito alle truppe entrare entro le mura leonine (costruite per volere di papa Leone IV tra 848 e 852 per difendere il Vaticano dai saccheggi), che dovevano essere il baluardo di difesa della persona papale).
Vittorio Emanuele II scrisse tramite i suoi legati a papa Pio IX che l'intenzione di acquisire Roma era irrimandabile e ripeté le garanzie concesse alla sua persona e alla religione cattolica. Il papa rispose per le rime in un'altra lettera, ma espresse privatamente agli ambasciatori la sua rassegnazione  e soprattutto il suo raccapriccio per l'eventuale spargimento di sangue, lasciando intendere che non avrebbe opposto resistenza ma che avrebbe continuato a opporsi verbalmente a qualsiasi idea di indipendenza della città di Roma.

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Le truppe italiane cominciarono l'assedio il 20 settembre 1870 alle 5 del mattino con un forte cannoneggiamento. Intorno alle 9.35 i reparti di artiglieria provenienti da Pisa, che stazionavano davanti alle mura nei dintorni di Porta Pia (edificata da Michelangelo Buonarroti tra 1561 e 1565 su richiesta di Pio IV, da cui il nome) iniziarono a vedere i primi cedimenti. Ben presto fu aperta una breccia di una trentina di metri da cui i soldati di Cadorna poterono accedere.
La battaglia fu breve, i morti "solo" una cinquantina, la maggior parte nelle file italiane. Il papa diede ordine tramite il già citato card. Antonelli di non opporre resistenza.
Testimone oculare, tra gli altri, fu lo scrittore e giornalista torinese Edmondo De Amicis, famoso per il classico libro "Cuore", che raccontò la sua esperienza in un'altra sua opera: "Le tre capitali".

Cadorna ordinò di occupare tutta la città, rimandò liberi sia i soldati pontifici regolari che i volontari accorsi in difesa del papa, Pochi giorni dopo, il papa stesso chiese all'esercito italiano di entrare all'interno delle mura leonine per evitare disordini. Cadorna fece procedere le truppe e conquistò definitivamente anche Castel Sant'Angelo, che non sarebbe più tornato al papa, a cui rimase l'intero territorio del Colle Vaticano.
Il 2 ottobre 1870 l'annessione fu ratificata da un plebiscito popolare. Pochi giorni dopo un decreto regio annetteva tutta la regione del Lazio allo stato italiano, sotto la luogotenenza del generale La Marmora. Il 3 febbraio 1971 Roma divenne capitale d'Italia.

Il papa pubblicamente rifiutò sempre di accettare la situazione e la famosa "Questione Romana" doveva perdurare circa altri cinquant'anni. Nel 1871 da parte italiana fu approvata la Legge delle Guarentigie, che garantiva la persona del papa e lo svolgimento del culto, nonché l'indipendenza del clero, soprattutto dei vescovi. Emanazione unilaterale, non fu mai aaccettata ufficialmente dal papato.
Dopo una iniziale fase di osservazione del comportamento dei cattolici in politica, alla caduta della Destra Storica molti cattolici integralisti temettero l'ascesa al potere di forze più radicali, e nel 1874 Pio IX dichiarò in un suo breve che "non conviene" (in latino "Non expedit") che i cattolici votino e partecipino alla vita politica dello stato italiano. Questo consiglio divenne ben presto una sorta di obbligo, che fu abolito solo nel 1919 da Benedetto XV, messo di fronte alla diffusione del suffragio e alla nascita del Partito Popolare.

La Questione Romana fu definitivamente risolta solo coi Patti Lateranensi del 1929, siglati da Mussolini  e dal segretario di Stato della Santa Sede Gasparri. Da questo accordo scaturirono: un congruo risarcimento economico, la nascita della Città del Vaticano, il riconoscimento reciproco, l'uniformarsi delle leggi italiane sulla famiglia alla morale cattolica, l'insegnamento della religione nelle scuole. L'unica revisione fu approvata nel 1984 da Bettino Craxi e il card. segretario di Stato Casaroli: fu stabilita la donazione dell'otto per mille ancora oggi esistente, fu decretata la possibilità di essere esentati dall'ora di religione, e si definirono alcuni aspetti della legislazione matrimoniale, in particolare fu posto termine all'automatismo per cui eventuali annullamenti ecclesiastici avevano effetto anche dal punto di vista civile. Inoltre cadde l'obbligo di consultazione con il governo per la nomina dei vescovi.

Di G. Mameli - M. Novaro - cover of 1860 libretto
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Dal  Risorgimento e dalla Breccia di Porta Pia è nato quindi un nuovo mondo. La Breccia fu il simbolo della decadenza del potere temporale ma anche la prova dell'avanzare della secolarizzazione delle coscienze, che in altri paesi aveva fatto progressi molto maggiori che in Italia. Fu la nascita dello Stato centrale moderno e laico e contemporaneamente la morte delle pretese temporali della religione, che fu vista come mezzo satanico dai cattolici integralisti e salutata invece come cura salutare dai cattolici liberali seguaci di Antonio Rosmini, tra cui il nostro Alessandro Manzoni, che fu anche senatore del Regno d'Italia, votò a favore della capitale provvisoria a Firenze in attesa della liberazione di Roma, e nominato cittadino romano onorario nel 1872. Per queste sue idee Manzoni fu pesantemente attaccato da alcuni intransigenti anche dopo la morte nel 1873, accusato di aver contribuito a diffondere ideologie sovversive e anticlericali.
Del Risorgimento abbiamo conservato anche l'inno nazionale, il famoso "Canto degli Italiani" scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro, più conosciuto come "Fratelli d'Italia" dalle prime parole iniziali.
Inno patriottico che fu cantato anche sotto la Breccia di Porta Pia, come molti altri aspetti del Risorgimento esso è stato sfruttato dalla propaganda fascista secondo i propri scopi, ed è quindi inviso ad alcuni per quest'aura di destra.
L'inno italiano all'inizio fu la Marcia Reale dei Savoia. Quello di Mameli fu adottato in periodo fascista ma non sempre, perché all'epoca ricordava troppo la rivolta risorgimentale, con le sue tendenze giacobine e radicali di sinistra; veniva quindi preferita per le occasioni pubbliche la famosa canzone fascista "Giovinezza". La Repubblica italiana lo adotterà nel Dopoguerra come inno provvisorio e diventerà definitivo solo nel 2012 per volontà del Presidente Ciampi.
In realtà se leggiamo bene il testo, scopriamo che parla di ragazzi che si sacrificano per l'ideale dell'unità della patria, che all'epoca aveva in realtà accezioni molto più radicali e che oggi definiremmo appunto di sinistra, in quanto scaturite dall'ideale rivoluzionario francese.

Certo, oggi il concetto di dare la vita per la patria ha una diversa accezione e può sembrare, in un periodo di pace e tutto sommato ancora abbastanza prospero, ridicolo.
Ma se abbiamo un'Italia unita, il suffragio universale, una religione che è finalmente divenuta una questione di coscienza più che di potere, lo dobbiamo anche a queste persone che hanno fatto le barricate nei moti dell'Ottocento.
Basterebbe affrontare il Risorgimento riscoprendolo al di là della retorica mussoliniana e magari con uno sguardo ai tanti senza patria di oggi, che forse riescono a capire meglio di noi il desiderio di combattere per la propria terra, per quanto la guerra e la violenza siano sempre da deprecare come mezzo.


Link correlati:


- La Breccia di Porta Pia sancisce anche un altro momento caratteristico. Fu infatti argomento del primo film italiano. Nel 1905 "La presa di Roma" fu il primo film muto a soggetto girato e uscito al pubblico in Italia. Il regista era tale Filoteo Alberini. Del film si sono conservate solo alcune parti, che potete vedere in questo video.

- Se volete maggiori informazioni sull'atmosfera e gli "intrighi" che precedettero l'emanazione del Non Expedit, trovato un articolo molto dettagliato sul sito Treccani.

- Per maggiori informazioni sulla attuale Città del Vaticano, potete visitarne il sito istituzionale.









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