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Lo scandalo Watergate

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Quarantacinque anni fa, il 17 giugno del 1972, iniziò uno dei più grandi scandali del dopoguerra negli USA, tanto grande da portare alle dimissioni del presidente in carica, Richard Nixon. Fondamentale fu il ruolo della stampa nella vicenda, in qualunque modo la si voglia leggere: se oggi "Watergate" e il suffisso -gate è divenuto a livello mondiale un termine di senso compiuto  sé stante, per indicare appunto una situazione scandalosa in cui è coinvolto il potere, è merito dell'attenzione che la stampa statunitense prima e quella europea di riflesso poi riversarono sulla vicenda. Furono due anni ricchi di colpi di scena, che iniziarono in modo quasi ridicolo, a pensarci adesso.

Eravamo nel contesto della guerra al Vietnam e del "pericolo rosso", in cui comunisti e socialisti erano visti come nemici o quantomeno come sospetti. Il Partito Repubblicano, del quale Nixon faceva parte, a pochi giorni dall'apertura della campagna elettorale, era dato in testa ai…

L'affaire Dreyfus, il "J'accuse" e la nascita dell'intellettuale moderno

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L'Affaire Dreyfus è giustamente famoso nei libri di storia. Fu uno scandalo che si protrasse per anni, un enorme errore giudiziario, che divise la Francia (ma non solo) in due fazioni in lotta, e sollevò un'ondata di antisemitismo che non si placò nemmeno quando l'errore fu riconosciuto, anche se solo parzialmente. I servizi segreti e lo stato maggiore dell'esercito fecero di tutto per evitare di ammettere le proprie responsabilità e Dreyfus fu all'inizio il capo espiatorio perfetto. Il suo caso fu anche uno dei primi scandali ad avere come protagonista, nel bene e nel male, la stampa. Nel male, perché le accuse infondate furono diffuse ampiamente dai giornali che oggi definiremmo di destra: cattolici, antisemiti e nazonalisti,. Nel bene, perché la lotta per la verità passò sempre dalla stampa, con il famoso contributo di  figure intellettuali del calibro di Zola, Proust, Gide, Anatole France ed altri.


L'Operazione Ataman in Friuli e lo sterminio dei cosacchi

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Il popolo cosacco è originario delle steppe tra Russia e Ucraina. Più che un vero e proprio gruppo etnico (era infatti composto in parte da slavi e in parte da tartari), era una comunità militare organizzata, con a capo un comandante, chiamato appunto ataman.
Ha sempre goduto di una certa autonomia, pur essendo stato quasi sempre sotto il controllo politico russo: non erano trattati come servi della gleba alla pari degli altri contadini, ma come uomini liberi (kazaki in russo, qazaq in tartaro significa uomo errante, libero, nomade): avevano colonizzato in autonomia le steppe e pretendevano che questa loro condizione fosse riconosciuta.
Questa loro relativa indipendenza perdurò sotto gli zar, in quanto avevano in comune la religione ortodossa e a livello politico erano considerati abili protettori dei confini; ma  terminò bruscamente con la Rivoluzione Russa. Durante la guerra civile i cosacchi si schierarono in buona parte nelle armate dei Bianchi (zaristi) contro i Rossi (bolscevic…

Letture: Storia della Resistenza in Italia di Santo Peli

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« Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro... »(Arrigo Boldrini, nome di battaglia Bulow, partigiano e politico ravennate)
Quello di cui vi parlo oggi è un libro di circa 200 pagine, che si legge abbastanza velocemente, e risulta essere un interessante compendio della Resistenza italiana. L'autore, Santo Peli, è uno degli storici più in gamba sull'argomento e in questo testo analizza non tanto date e fatti quanto l'ideologia da cui scaturì il movimento partigiano (o meglio, come alcune frange preferivano essere definite, dei "volontari della libertà" o dei "patrioti", avendo dapprima il termine partigiano una sfumatura lievemente negativa e che ad oggi invece non viene quasi più notata).

La storia della Resistenza ovviamente nasce con il crollo del governo Mussolini e l'armistizio di Cassibile, con cui Badoglio si arrese agli Alleati. Dopo l'8 settembre…

Il genocidio armeno (1915-1923)

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Ancora oggi, a un secolo di distanza, sentiamo discutere del cosiddetto genocidio armeno, quasi sempre con toni aspri, in quanto l'Europa cristiana riconosce dietro i fatti accaduti durante la prima guerra mondiale in Anatolia un disegno di sterminio pari a quello poi messo in atto contro gli ebrei dal nazismo, mentre la Turchia nega recisamente da sempre di poter dare carattere di sistematicità alla repressione e parla di semplici operazioni dovute alla guerra, volte a reprimere ribellioni o prevenire tradimenti da parte della popolazione armena, senza alcuna volontà di sterminio. La vicenda è ancora dibattuta, anche tra gli storici, ed è uno dei motivi che viene accampato per negare l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea.
Cerchiamo quindi i capire meglio cosa accadde tra il 1915 e il 1916, durante il primo conflitto mondiale, che abbiamo studiato sui libri di scuola quasi totalmente da prospettiva europea e quasi mai dal punto di vista orientale.

Maria Antonietta di Asburgo-Lorena (2 novembre 1755-16 ottobre 1793)

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Maria Antonia Josepha Johanna von Habsburg-Lothringen è una delle figure più conosciute e allo stesso tempo meno comprese della storia.

Quindicesima e penultima figlia della grande imperatrice Maria Teresa d'Austria (prima e unica donna ad ereditare il comando dell'impero asburgico, anche se formalmente risultava come consorte) e dell'imperatore Francesco Stefano di Lorena, fu tra i tredici figli che sopravvissero all'infanzia. Da piccola contrasse il vaiolo in forma lieve, fatto che le permise di risultare immune da una delle più gravi malattie dell'epoca. La madre era direttamente impegnata nel governo del paese e mentre riuscì a seguire l'educazione dei primogeniti più da vicino, gli ultimi figli, tra cui la nostra Maria Antonia (il diminutivo le sarebbe stato affibbiato in Francia) divisero ben poco la vita con lei. La futura regina di Francia crebbe con una istitutrice che le diede affetto di madre e le consentì di vivere serenamente, senza troppi vincoli…

20 settembre 1870: la Breccia di Porta Pia e la fine di un'epoca

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La  Breccia di Porta Pia, di cui oggi ricorre il 146° anniversario, diede compimento all'unità d'Italia, già proclamata nel 1861 dopo le imprese garibaldine ma senza il territorio romano, appartenente ancora allo Stato Pontificio. Oltre a sancire quindi una data importante per il neonato Stato Italiano e per la città di Roma, che torna dopo secoli ad essere la capitale italiana, decreta anche la fine del potere temporale del papato, che era nato in una situazione di emergenza dovuta alle invasioni barbariche, a cui in Occidente solo il potere del vescovo di Roma aveva posto un argine, e che si trova ora a non avere più senso dal punto di vista politico, dopo che l'Europa ha visto la nascita degli Stati nazionali, la rivoluzione industriale e la conseguente nascita di nuove ideologie illuministe non più legate all'afflato religioso, anzi, decisamente anticlericali.


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